Monique e Isabelle di Eleanor LeJune e Luciano Zuccoli - Brani Tratti dal Romanzo



Monique guardò la cognata. Il volto pallido era incorniciato da una chioma inanellata e fluente. I suoi capelli folti erano come miele e nella luce artificiale assumevano la lucentezza di una preziosa seta. Sotto le sopracciglia, dal mezzo arco perfetto, gli occhi erano azzurri, tendenti al grigio. Non grandi, ma finemente disegnati, come nei dipinti del Botticelli. E così il naso, forte e diritto, scendeva direttamente dalla fronte per terminare in narici frementi.
Monique agitò una mano davanti agli occhi di Isabelle che battè le palpebre e sorrise. Era veramente bella quando rideva: sull’omogeneità stabile e sconcertata del volto il sorriso era una crepa, quasi accadesse qualcosa nel creato; e quantunque doloroso sotto gli occhi e alle guance, donava alla bocca una piega pulita e innocente.
Non osava guardarle la bocca, quella bocca di cui aveva assaporato la tenerezza delle labbra, ma appena lei parlava avvertiva la loro piega e la leggera fossetta che incideva appena la gota e dolorosamente le appariva di nuovo il sorriso di Isabelle, triste nel suo concepimento.

Monique non era più fanciulla, ma era stata donna per così poco tempo, che le sue labbra avevano dimenticato il turgore di una vibrante verga maschile. Era vedova da due anni; ma il desiderio di chiudere la solitudine dell'anima e di calmare le sue fantasie sessuali, le faceva sembrare quel tempo assai lontano.
Ella entrava sola nel talamo e sola riposava. A tenerle compagnia le sue dita che scendevano verso il proprio ventre, accarezzando il clitoride, penetrando nel sesso che immaginava denso di sperma.
Le era avvenuto forse di svegliarsi nella notte e d'irritarsi per uno di quei vivaci sogni, che non lasciano tregua e popolano la mente di fiamme, soffiano sulle carni; le era successo di stendere le braccia disperatamente nell'ombra, e di piegarsi ad arco sotto lo spasimo del sogno che sfiora e sfugge …. Ma giungeva l'alba a quietarla, e il torpore invece del sonno. Si guardava nello specchio al mattino, e vedeva sotto gli occhi puri un livido cerchio. Anch'ella navigava per un ampio oceano di dubbi; non aveva mai trovato chi la guardasse senza invidia o senza libidine; stupita che tutto ponesse capo all'odio o all'amore, avrebbe voluto un senso nuovo e tranquillo. I suoi pensieri sfilavano come una torma di volpi azzurre sul disco bianco della luna; si disperdevano, s'interrompevano, riprendevano tutto il giorno fra lo svolgersi isocrono d'una vita femminile incapace di mutare l'avvenire con la sola forza della propria volontà.  Monique era votata al destino, agghiacciante nella sua indomabile dolcezza, che aspetta la donna, bella e giovane. Nessuno avrebbe potuto dubitarne; un altro uomo sarebbe arrivato a conquistarla poichè era giovane e bella. Doveva vivere le delizie divine dell'amore; traversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei avevano traversato.

 

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